Cronache del Nord

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Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30
Cronache del Nord

Qui sotto riporto la parte di fotodiario (pubblicata pure su fb) che racconta del viaggio nel nord della Svezia intrapreso l'agosto scorso. (foto e diario non riproducibili please, sto pensando di inserirli in un libro).

Il mio viaggio verso il Nord comincia a Copenaghen.
I precedenti giorni, i primi di questo mio quarto interrail, li ho trascorsi nella capitale, senza aver fatto conoscenza con persone in particolare. Della città che sto lasciando conserverò ricordi contrastanti: da una parte i continui alti e bassi di umore che hanno animato i primi tempi, nel tentativo di capire cosa fosse un viaggio “da solo”; dall'altra le immagini di una città al tramonto, con gli edifici color rosa che alla luce serale del crepuscolo brillano sul canale, creando quasi una striscia fiammeggiante tra il cielo azzurro dell'imbrunire e il blu intenso dell'acqua divoratrice di ombre.

E' un vero peccato che negli anni passati non abbia potuto ammirare in tutta la sua bellezza una città mentre le ombre delle case si allungano e a poco a poco le luci delle insegne ti ricordano che la notte è appena cominciata.
Passeggiare per Copenaghen in questo momento mi apre la mente e mi aiuta a preparare il nuovo viaggio, dentro al viaggio, che sto per intraprendere.
Non si tratta di spostarsi da una destinazione all'altra, non è semplicemente prendere un treno verso un “luogo” indefinito, un punto qualunque sulla carta geografica; quando scegli la strada del Nord, abbandoni quella realtà creata dal viaggio che ti ha portato fino alle sue porte per una nuova realtà, completando l'immersione, l'isolamento, l'abbandono. E pensare che poche ore prima mi chiedevo che cosa ci facessi lì, perché avessi scelto di partire e di ritornare lassù.

L'indomani faccio i bagagli e lascio l'ostello. So che non è una giornata semplice, devo avere pazienza e lasciarmi andare, perché impiegherò circa 24 ore per raggiungere la Lapponia.
Il primo treno è un banale pendolare che fa da spola tra la capitale danese e Malmo, la sua appendice su suolo svedese. Il tragitto, seppur breve, mi permette di assaporare le prime atmosfere nordiche. Ad un certo punto infatti noto che il treno inizia a rallentare finchè dal finestrino vedo la terra sparire e comparire una struttura metallica: il treno sta viaggiando nella pancia di un ponte. Sto infatti attraversando la lingua d'acqua che separa le due nazioni.
Subito una fitta nebbia avvolge la struttura e il mare attorno. Sembra quasi di avere sopra la testa il corpo di un gigante nascosto dalla bruma e l'impressione che ho è che questo essere sia un guardiano nordico che si è appisolato, e bisogna fare meno rumore possibile perchè altrimenti saranno guai! Ma il treno scorre via velocemente e d'un tratto ecco ricomparire la terra. L'ingresso in Svezia è ufficiale e appena i binari si moltiplicano per entrare nella stazione vengo riportato coi piedi per terra. O forse no: perché la mia mente comincia a carburare e capisco che un piccolo tassello di questa “missione” è andato al suo posto.

Poco oltre il confine terrestre svedese c'è Lund, una cittadina universitaria praticamente disabitata in estate. E' qui che mi tocca fare il primo cambio. La cosa è strana perché il treno che dovrò prendere e che mi porterà a Stoccolma, parte ufficialmente dalla stazione di Malmo che avevo passato poc'anzi. Quindi perchè il bigliettaio mi ha fatto percorrere quella manciata di km in più, facendomi finire in una piccola stazione abbastanza anonima? Misteri delle coincidenze.
Resta il fatto che ho qualcosa come tre ore da spendere, così fuori dalla stazione mi svacco su di una panchina che dà a un'enorme piazza, con qualche aiuola colorata. Nel frattempo tento invano di prenotare l'ostello di Abisko nel quale soggiornerò: non risponde nessuno.
Per riempire il tempo decido di andare in biglietteria a chiedere se la prenotazione che ho fatto è corretta. Infatti, controllando sui tabelloni appesi fuori sembrerebbe che tale treno non esista o perlomeno passi in orari totalmente differenti.
Tuttavia mi rassicurano e a questo punto non mi resta che aspettare.

Ripartito con il treno per Stoccolma, il fato vuole che di fianco a me, nei posti a sedere per 4, ci sia una giovane coppia di viaggiatori escursionisti. Quello che siede vicino a me si chiama Petter ed è il più loquace dei due, mentre l'altro sembra essere un suo amico, forse anche più di un amico. Resta il fatto che sono due baldi giovani alti quasi 2 metri trascinanti degli zaini mastodontici. Il motivo? Hanno deciso di raggiungere il parco del Sarek, nel cuore della Lapponia svedese. Questo a detta di molti è ritenuto tra i più selvaggi parchi d'Europa esistenti, in quanto le strutture di servizio sono estremamente povere, senza contare che in molti punti il cellulare non ha campo ed è difficile ricevere soccorso. Questo è il motivo per cui sono costretti a viaggiare con tenda, fornelletto e cibo, prevalentemente liofilizzato. E' inutile chieder loro perchè lo fanno: gli scenari incontaminati sono solo una delle ragioni.

Ad un certo punto, tra i diversi discorsi su interrail passati che anche loro hanno affrontato, spunta fuori che Petter è passato per Como, o perlomeno ricorda di avervi fatto una gita fuori porta quando era a Milano. Nonostante le descrizioni che gli fornisco, corredate dalla non così famosa nuova casa sul lago di Clooney, sembra però che abbia toccato il ramo manzoniano, quello di Lecco.
E mentre ciarliamo, è impossibile non gettare l'occhio fuori dal finestrino. Il paesaggio potrà apparire monotono per alcuni, ma non per me, che proprio in questo momento sto cominciando a discendere mentalmente negli inferi del Walhalla. Infatti il tragitto che mi separa da Stoccolma è interamente pianeggiante, in un continuo alternarsi di campi coltivati e di più frequenti foreste.
Già, quelle foreste che ti fanno pensare: dove sono ora? Mi son perso? Dove mi porterà questo treno? E' come aprire una breccia tra la natura, come se questi alberi fossero una protezione, uno schermo contro la violazione dell'intimità che la natura possiede nei confronti dell'uomo. I chilometri scorrono con i binari e sembra di volare, sembra di viaggiare a velocità supersoniche e sentire che i pensieri fluttuano via come la pelle si distorce al soffio di un vento fortissimo.
Le cinture sono allacciate, ora comincia il bello.

Pochi attimi prima di scendere dal treno rivedo per un attimo Stoccolma, i suoi canali, le sue abitazioni sull'acqua e penso: “Chi l'avrebbe mai detto di esser ritornato di nuovo qui così presto?”
Appena sceso purtroppo non ho tempo per un giro della città, e mi dirigo subito al binario dove partirà il mio fatidico secondo notturno.
Fatidico perchè tutti i treni notturni meriterebbero una menzione speciale.
Un interrail infatti credo che sia notevolmente più vissuto e intenso se al suo interno si ha l'occasione di viaggiare di notte: questo perchè ha un nonsochè di misterioso ed è incredibile come si facciano esperienze strambe durante questi viaggi.
Per esempio, il precedente notturno che presi era il Colonia-Copenaghen e mi son ritrovato in un comparto con 5 giovani avvenenti ragazze. Trascuro i dettagli, ci siamo capiti.
Mentre aspetto ai bordi dei binari chiamo l'ostello di Abisko, con successo: riesco a prenotare un letto ma al momento di lasciare il nome, per via del mio articolato cognome chiedo se posso fare lo “spelling”, la pronuncia. Risposta secca: “No”. Così glielo dico e per tutta risposta scopro che il mio interlocutore mi ha segnato come l'italiano Mansuerati. Questa cosa potrebbe essere seccante per molti, non per me, in quanto sono a conoscenza del posto in cui alloggerò e dei suoi bizzarri proprietari. Insomma, è meglio dormire in un anonimo ostello con una miriade di posti o in una casa tenuta da 2 strampalati fratelli? Non c'ho pensato molto a scegliere la seconda.

Finalmente arriva il notturno e subito una serie di meccanismi mentali praticamente automatici si innescano, senza che trovi modo di fermarli. La domanda che mi faccio è: chi ci sarà seduto accanto a me nel posto prenotato? E poi, il mio sedile sarà sufficientemente reclinabile per poter dormire bene? Farò un'altra notte come quella di Colonia dove dormii, per ovvie ragioni, poco o niente?
Non mi ci vuole molto per scoprirlo. Sono tra i primi a salire ma anche il mio vicino è tra i primi. Si tratta di un giovinotto dall'età indecifrabile, i classici tipi che sembrano dimostrare meno età di quella che effettivamente hanno. Ma quello che più mi spaventa è la somiglianza con l'attore Vin Diesel. Come lui, possiede una testa pelata e un fisico abbastanza segnato. Un tipo che è meglio non avercelo contro...Inoltre è anche poco loquace, standosene molto sulle sue, quindi decido che è meglio non infastidirlo: praticamente ci parlerò solo quando gli chiederò di spostarsi per andare al bagno, alla qual cosa, ringraziandolo, mi risponderà sempre con un “You're welcome”, un gentile prego.

La serata, complice la luce esterna, è piuttosto lunga e alla fine il sudoku, l'enigmistica e pure il libro che mi son portato hanno finito per annoiarmi. Così decido di tentare di dormire, ben sapendo che non mi aspetta una grande notte. Il sedile può essere si abbassato ma è veramente duro e son costretto a utilizzare felpe più altre cose morbide per attutire l'impatto del mio corpo. Tuttavia è la mascherina per gli occhi che mi salva la vita.
La sua storia è tipica di un interrail perchè mi venne data su un altro notturno, questa volta norvegese, e devo ammettere che all'epoca non mi fu di grande aiuto. Qui però, complice anche una musica ambient rilassante sul mio lettore MP3, riesco in qualche modo ad addormentarmi.
In realtà la notte è movimentata, un continuo cambio di posizione, cercando anche di non “sfiorare” lo pseudo-attore affianco. Tra un tentativo e l'altro sbircio fuori dal finestrino e non posso fare a meno di sorridere perché è chiaro, la notte è come un tramonto catturato in un eterno istante o un'alba infinita.

Al mattino, quando la carrozza inizia a movimentarsi, scopro di essere incredibilmente riposato, forse rivitalizzato dalla prossima destinazione che mi attende. Inoltre, guarda caso, il mio vicino dovrà scendere pure lui a Kiruna. Questo paese è disperso tra le colline e le foreste del Nord della Svezia ed è famoso per la sua miniera di ferro, la più grande d'Europa. Ora, voi vi chiederete, che diavolo ve ne può fregare di un posto dove estraggono delle palline di ferro? E' vero, e l'avrei certamente evitato se non avessi scoperto, non molto tempo prima di partire, che dalla città partono delle escursioni in autobus che entrano ufficialmente nella miniera scendendo fino a quota -500 metri, dove è allestito un museo e si tiene un tour per illustrare le attività e i “misteri” del luogo. Potevo rinunciarvi? Chiaramente no.

Appena sceso dal treno mi fermo un attimo. La mia mente deve ancora elaborare: l'aiuto facendo una lunga inspirata a pieni polmoni, assaporando la frizzante e fresca aria del mattino lappone. Sono tornato! Sono in quelle fantastiche terre oltre il circolo polare artico, luogo di miti e di contatto con la natura più incontaminata!

Velocemente mi dirigo all'ostello, dove conto di lasciare lo zaino. Sfortunatamente Kiruna è situata su di una collinetta mentre la stazione è solo su un pendio, quindi sono costretto a faticare non poco per raggiungere il centro del paese. All'ufficio turistico mi faccio dare una cartina e individuo quasi subito l'ostello: il paese non è grande e non ho molte difficoltà a orientarmi. Ma appena raggiungo l'ostello, scopro che la reception apre solo nel pomeriggio, abitudine di alcuni alberghi del Nord Europa.
Così sono costretto a lasciare lo zaino all'ufficio turistico e mentre son lì verifico la prenotazione del tour della miniera fatta precedentemente. Una volta sistemati tutti questi impicci tecnici, sfrutto il supermercato per pranzare. Si tratta di interrail, non è mia intenzione spendere un patrimonio in ristoranti: e poi che viaggio sarebbe senza un bel pranzo sdegno?

Al termine, faccio un giro per il paese. Mentre giro per strada non posso fare a meno di notare il treno pieno di ferro che esce dalla miniera e che attraversa ogni ora la piccola valle ai piedi di Kiruna direzione Narvik o Lulea, dove verrà prevalentemente caricato su navi.
Il paese è composto da moderni edifici piuttosto anonimi fiancheggiati da abitazioni rustiche in legno e villette dai colori più vari, come è tipico della tradizione nordica. E poi c'è il cielo, un cielo di un intenso azzurro che ricopre tutto quanto.

Il bus per la miniera è quasi pieno. La guida è una giovane e avvenente biondina, come nella tradizione nordica. Lei, fortunatamente, spiegherà in inglese, mentre un suo compare (molto meno fascinoso) parlerà al gruppo in svedese. E' proprio il caso di dirlo: che culo.
Il bus ridiscende velocemente il pendio per poi attraversare i cancelli della miniera. Alcuni edifici su una piccola pianura testimoniano la presenza degli uffici e delle sedi competenti all'aspetto ingegneristico. Attraversata la piana, ecco che il bus viene fatto fermare per un ulteriore controllo dei permessi. Si trova praticamente di fronte a una ripida parete di erba e solo dopo un attimo scopro che davanti a me c'è l'entrata vera e propria della miniera. Si tratta di un'apertura tipica delle gallerie con 2 differenze fondamentali: questa è diretta verso il basso e soprattutto è totalmente assente l'illuminazione. Il motivo della mancanza di luce è da una parte legato ai costi che avrebbe un tale sistema di illuminazione da tenere acceso 24 ore su 24, ma anche al fatto che la presenza di più luci, specie se non così omogenee e disposte troppo lontane, può dopo un certo periodo confondere la vista.
Man mano che si scende si ha l'impressione di compiere un viaggio al centro della terra in miniatura: e più vai giù più la temperatura cala e tonnellate e tonnellate di terra ti separano dall'aria aperta, dal resto del mondo.

Una volta scesi veniamo divisi in due gruppi: i fortunati con la bionda godranno della spiegazione in inglese.
Inizialmente ci viene mostrata una presentazione video, una cosa proprio “low-profile”: musiche epiche, paroloni altisonanti, manco stessero descrivendo le dodici fatiche di Ercole. Tuttavia camminare nei cunicoli parzialmente illuminati è estremamente inquietante, visto anche le raccomandazioni fatteci dalla guida: restare compatti perchè in passato molta gente si è persa. Lungo il percorso numerosi cartelloni illustrano le tecniche di estrazione, l'impatto ambientale e l'economia del ferro, scendendo accuratamente nei dettagli. Per non parlare dei numerosi macchinari e mezzi dalle enormi dimensioni dove è possibile saltarci sopra e visitare.

L'immagine indubbiamente più sinistra è quella che raffigura un'enorme voragine che si è aperta nel suolo ai piedi della città: gli scavi della miniera hanno infatti destabilizzato il terreno, costringendo buona parte della città a traslocare.

Al termine ci viene pure offerto del thè con dei deliziosi biscotti, in un angusto bar modernamente arredato mezzo chilometro sotto la superficie terrestre.
L'ultimo passaggio è la visita al museo della miniera che narra la storia di questo posto, il tutto corredato con numerosi vecchi attrezzi fino ad arrivare al “famoso” tram che recuperava gli operai passando per il centro cittadino.

Ritornato a Kiruna, recupero lo zaino e finalmente ho accesso all'ostello.
L'edificio è in realtà un hotel, il cui scantinato però è stato risistemato creando camerate, bagni, cucina e sala da pranzo.
La camerata è composta da 6 letti, di cui 2 già occupati da un inglese, più o meno della mia età se non meno, e un tedesco sulla trentina. Entrambi mi sembrano subito simpatici, nonostante parlino un fluente inglese (fin troppo...).
Sistematomi, decido di recuperare la cena al supermercato, sfruttando la cucina a disposizione.
Beh, in realtà non ho minimamente voglia di smanettare con pentole e coperchi, così opto per del tonno in scatola, del pane e il famosissimo Activia ai mirtilli della Marcuzzi. Questa stravagante combinazione culinaria non è dettata da “esigenze” particolari: è pura ispirazione da viaggio.
Quando giungo in cucina per mangiare, l'inglese è già lì a cuocere una porzione ENORME di tagliatelle con delle polpettine di carne. La porzione mi sembra veramente tanta per un mingherlino come lui, tuttavia se ne versa un bel po' nel piatto, offrendomi il resto. Sono estremamente tentato, ma l'idea mi abbandona quando travaso il tonno: ho proprio preso un GIGANTESCO barattolo di pesce. Così mi ritrovo seduto al tavolo con questo tonno nel mio piatto che si erge a forma piramidale e mi osserva dal basso del suo stato cadaverico. Sono lì che lo guardo perplesso, cercando di convincere il mio stomaco ad aumentare improvvisamente capienza, quando l'inglese accende la tv di fronte e compaiono i Simpson.
E' una puntata vecchia, ma la cosa in sé mi fa ridere, perchè era da tempo che non avevo un contatto con un cartone che guardavo di solito nelle comodità di casa. Così mi metto a seguirlo, non capendo assolutamente nulla: il cartone è si sottotitolato in inglese, ma appena tento di seguire il discorso nella lingua originale mi perdo via.
Sembra chiaro che stiano trasmettendo una puntata in svedese con sottotitoli inglesi, un'idea che dovrebbero iniziare ad adottare molte tv italiane per facilitare l'apprendimento di una lingua con cui ho sempre lottato.
Ad un certo punto, tra una risata e l'altra per le facce buffe di Homer, mi metto a ridere con l'inglese, e per fare lo “splendido” esclamo: “Non sto capendo un cazzo ma il solo guardare le espressioni della faccia di Homer mi fa ridere”. L'inglese è d'accordo.
Ma poco dopo aver pronunciato questa frase, inizio a percepire qualche battuta: qualche parola mi appare famigliare e non mi ci vuole molto per realizzare che... il doppiaggio è inglese!
In pratica ho appena detto a un inglese, in inglese, che non capisco nulla di ciò che stanno parlando in tv, perchè è in inglese! La più classica delle figure di merda che si può fare in viaggio.

Terminata la cena, decido di passeggiare vicino l'ostello.
La temperatura è enormemente calata, prossima ormai allo zero, eppure nonostante la tarda ora, il cielo ha tinte rossastre per il sole in lento, lentissimo tramonto.
Questo non fa che esaltare una bellissima chiesa lignea posta nel mezzo della boscaglia.

Ai suoi piedi riesco a fare una foto del cielo: in lontananza il profilo di qualche casa adombrata, sullo sfondo il cielo arancione, occupato da qualche nuvola passeggera. Sembra di essere" ritornato", di aver passato una vita intera in cerca di qualcosa e ora non riuscire a credere che quel qualcosa ce l'hai davanti, ne sei totalmente partecipe e questo mio osservare inebetito non fa che rincuorarmi enormemente per ciò che sono riuscito a fare fino ad ora.

Rientro, trovando gli altri già addormentati. L'indomani raggiungerò il punto più a Nord del mio viaggio e dovrò alloggiare nell'ostello più strambo e speciale che mi sia mai capitato di visitare.

Un'altra giornata di sole mi accoglie alla stazione di Kiruna. E chi trovo? L'inglese compagno di camerata. Sul treno ho modo di approfondire il tipo di viaggio che sta facendo: un interrail di 30 giorni in giro per l'Europa. Dice di voler vedere il più possibile, macinando km su km in treno. Quando però scopro che, una volta che raggiungerà il capolinea Narvik non prenderà il bus per le Lofoten (a 2 passi) ma ridiscenderà per la costa norvegese, non posso fare a meno di prenderlo in giro e di invogliarlo a fare quella deviazione.
E' bene precisare che le Lofoten, nella mia corta ma intensa carriera di peregrinazioni in giro per l'Europa, sono indubbiamente tra le isole più belle che abbia mai visto (al secondo posto, per chi fosse interessato, ci sono le Eolie).
Il motivo di tanta infatuazione è prevalentemente paesaggistico. Si tratta di vere e proprie montagne che si ergono dal freddo oceano come denti acuminati e sembrano quasi voler toccare il cielo, spaventosamente basso. Sono delle isole incontaminate dominate in estate da una romantica notte chiara. Ben pochi posti mi hanno emozionato così tanto.
Sta di fatto che l'inglese non cede e non posso far altro che alzare le spalle.
Il tragitto per Abisko non è lungo, solo una manciata d'ore; e quando percepisco che ormai la destinazione è vicina, fisso con più attenzione il paesaggio esterno. Le fitte foreste della media e bassa Svezia hanno lasciato posto a bassi arbusti, e gli unici colori presenti sono il verde della vegetazione che ricopre le basse montagne e l'azzurro dell'acqua e del cielo.
E mentre sto caricandomi il pesante zaino in spalla, ecco che uno scenario incantato mi accoglie. Il treno sta compiendo una curva e dal finestrino vedo un lungo lago tra le montagne con un arcobaleno appollaiato su di esso: sembra proprio che mi stesse aspettando.

Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

Saluto il mio compagno di viaggio con un “See you”, “Ci vediamo”, non si sa mai quali strade perverse ci toccherà percorrere.

Scendo quindi alla prima stazione di Abisko, distante circa 2 km dal “centro” turistico vero e proprio. Questo paese infatti è diviso in due frazioni: nella parte dove sono io ora c'è una scuola, qualche abitazione, un supermercato e un porticciolo sul lago, mentre nell'altra c'è un grosso ostello con l'ufficio informazioni e da dove partono tutti i sentieri più importanti. Il tutto è immerso nel verde.
Mi ritrovo qui perchè, piuttosto che alloggiare in una grossa struttura dove di solito è molto difficile avere dei contatti umani significativi, ho preferito il più "intimo" 'ostello di Andreas e Tomas di cui ho sentito parlare in lungo e in largo sul forum interrail. Il problema fondamentale è che da internet le informazioni che ho scaricato per il suo raggiungimento sono oltremodo sintetiche, non volendo portare una guida apposita. C'è scritto “Scesi dal treno, dall'altra parte della ferrovia la casa rossa a 150 metri”.
Il primo dubbio che mi è sorto una volta sceso è: come interpreto il messaggio? Perchè a seconda da dove si proviene cambia il lato dei binari verso cui guardare. Ma il problema non è tanto questo, quanto, dopo aver dato un'occhiata in giro, il fatto di essermi reso conto che il paese è composto esclusivamente da abitazioni rosse.
In questa situazione da film comico decido di puntare per una strada scelta a caso, sperando di vedere un'insegna famigliare.
Il problema è che, oltre a esserci veramente poche case (ironia della sorte), vi sono anche poche persone a cui chiedere.
Dopo un centinaio di metri realizzo che non ho alcuna possibilità di trovarlo per conto mio; così chiedo a un uomo che sta sistemando un qualche genere di macchinario.
In men che non si dica mi dice chiaramente dove devo andare: appena mi ritrovo sui binari, noto subito l'abitazione rossastra che si erge praticamente sulla ferrovia, nella giusta posizione. Come ho fatto a non accorgermene?

Attraversati i binari, mi ritrovo a fianco di un edificio in legno a due piani, che individuo subito essere l'ostello. Difronte c'è un enorme cortile e dall'altro lato c'è una bassa casetta, l'abitazione dei proprietari.
Affaccendati nel cortile vedo diversi uomini. Da informazioni precedenti infatti sono venuto a conoscenza che stanno costruendo una nuova sauna, pronta purtroppo per Novembre: “lavori in corso” intanto.
Inizialmente mi affaccio all'interno dell'uscio dell'ostello, trovando però tutto vuoto. Così mi avvicino al gruppo di lavoratori che trafficano con assi, cavi e quant'altro. Chiedo del proprietario. Poco dopo arriva uno con una berretta su di un quad e, posteggiando nel cortile, mi individua subito come un cliente. Faccio così la conoscenza con uno dei famigerati fratelli (la leggenda vuole che nessuno sappia chi sia realmente Tomas e chi Andreas).
Gli dico che ho prenotato e per quanto. Anzi, gli chiedo subito se posso stare una notte in più, avendo guadagnato diversi giorni sul programma.
Pronunciando il nome che avevo lasciato per la prenotazione, lui mi apostrofa subito con un “Mansuerati!”, come dire “certo che mi ricordo di te”. E precisa pure scherzosamente “Mansuerati no? Si pronuncia Mansuerati vero?” E quando ridendo gli faccio notare il mio vero cognome (Marzorati) ribatte sempre in inglese “Infatti! Mansuerati!”
Mi fa vedere l'ostello, accogliendomi quasi come il figliol prodigo, dicendomi di mettermi comodo, scegliendo il posto che volevo, facendomi quasi sentire a casa mia. Sembra veramente alla mano, sembra quasi che fare l'ostellante per lui non sia una seconda professione, un riempitivo: sembra esser nato per fare quel lavoro.
La camerata in cui mi ritrovo è da 6 posti, ma solo uno è occupato. Il proprietario mi spiega che lo zaino e la roba sparsa sul tavolo sono di Sophie, una svizzera ventitreenne di Friburgo che è andata a Kiruna dal dottore, in quanto ha problemi a dormire durante la notte, dovuti principalmente alla luce che la rischiara.

Dopo essermi rilassato un attimo, vado a scoprire il secondo piano dell'ostello nel quale mi trovo. Di fianco alla mia camera ve n'è un'altra, già occupata ma con nessuno presente momentaneamente. Più avanti c'è la cucina, con frigo, lavabo e una dispensa. Le finestre danno sul lago in lontananza e sulla ferrovia, attraversata costantemente dai convogli di ferro provenienti da Kiruna.

Così mi viene l'idea di fare il primo pranzo "italiano" del mio interrail. Preparo uno zainetto con le cose essenziali ed esco, facendomi indicare il supermercato. Per raggiungerlo decido di non seguire alcun tipo di indicazione e mi butto in mezzo alla vegetazione, seguendo sentieri casuali. Dopo pochi metri finisco nel cortile della scuola di Abisko. La struttura in legno rosso è piccola e fuori da essa vi sono alcuni giochi oscillanti a molla. Vista la stagione, nessuno popola quel luogo e il tutto ha un aspetto quasi malinconico. Se il cielo fosse nuvoloso, assumerebbe connotati quasi horror.

Una manciata di minuti e arrivo al supermercato, l'unico grande emporio di Abisko e probabilmente il più grande nell'arco di un centinaio di chilometri. Appena entro non mi ci vuole molto per rendermi conto che il posto è grosso come metà paese. Ma non faccio appena in tempo a varcare il primo reparto che la mia vista spazia su di un enorme locale che occuperà si e no metà supermercato, interamente occupato da scaffali di dolci di qualsiasi formato, sapore e dimensione. Entrando in questa giungla di glucosio ecco che si estende un basso blocco lungo una decina di metri (simili a quelli utilizzati per contenere i surgelati) costituito da una cinquantina di portadolciumi in plastica da cui puoi prelevare con una paletta la quantità desiderata.
I contenitori sono tutti stracolmi di ogni genere di bontà, dalle caramelle gommose a quelle ricoperte di cioccolato; dai cioccolatini più banali a quelli multistrato con caramello. Insomma, il paradiso della carie.

Inizialmente il rigore interiore (e in parte anche il portafoglio) mi impongono di non approfittarne. Così mi dirigo a comprare gli elementi chiave del mio pranzo italiano: mozzarella e una salsa da sugo al basilico. Come pasta avrei utilizzato quella disponibile in dispensa.
Ma quando sto per andare a pagare, la tentazione è più grande di me e non posso far altro che riempire un sacchetto di carta di qualcuno di quei deliziosi cioccolatini.
Completata la spesa, torno in ostello e verifico la mia preparazione culinaria.
Il posto è ancora deserto, così inizio a cucinare in santa pace. Mentre la pasta sta finendo di cuocere ecco però sopraggiungere la coppia che mi accompagnerà durante questo soggiorno: si tratta di Rob e Jacinta, il primo australiano, la seconda inglese.
Rob è un omone nero palestrato coi capelli ricci e insegnante di biologia. Jacinta invece lavora per un'agenzia pubblicitaria e vanta un inglese perfetto, a tal punto che impiega secoli a farmi capire il suo nome (alla fine annuisco, senza aver realmente capito). Sono una coppia di viaggiatori indipendenti, un po' bizzarra, che non ha ancora deciso la prossima destinazione: vivono molto alla giornata.
Intanto il pranzo è pronto. Consiste in pasta al sugo di basilico e le classiche mozzarelline a forma di ciliegina.

La pasta avanzata decido di lasciarla a chi vuole, ma non trovando fruitori, decido di metterla in un piatto, avvolgerla nella pellicola e ficcarla nel frigo, con su un biglietto con scritto “Eat me!”, cioè “Mangiami”. La cosa mi fa ridere perchè mi ricorda la classica scena di Willy il coyote e Beep Beep, quando il carnivoro lascia un piatto di cibo bello in vista, tutto decorato e appetitoso quando in realtà è contaminato da del potentissimo veleno.
Il pasto viene completato dai cioccolatini selezionati accuratamente tra le miriadi del supermercato. Il primo che addento sa di cocco e contiene una cremina piuttosto collosa, forse fin troppo: sembra proprio andato a male. Del sacchetto che ho preso la metà finisce del cestino. Solo il giorno dopo scoprirò il motivo per il quale i contenitori di cioccolatini sono sempre pieni nonostante la scarsa presenza di persone: gli inservienti infatti, dopo una rapidissima controllata dello stato superficiale, mescolano il contenitore in modo tale che sembrino sempre "presentabili" (alla vista perlomeno).

Decido così di partire alla scoperta di Abisko, direzione l'ufficio turistico. Per arrivarci potrei percorrere la strada principale, usualmente poco trafficata, ma preferisco un largo sentiero sterrato parallelo, immerso totalmente nel verde.
Preso dall'euforia ad un certo punto devio pure per una ramificazione secondaria, con il risultato di non andare da nessuna parte e costringendomi a tornare indietro.
L'ufficio turistico è presente in una struttura contenente un negozio e una specie di museo gratuito che illustra la flora e la fauna locale. Mi faccio dire dal gestore quali possibili gite posso intraprendere nei prossimi giorni. Completata la visita del museo, decido di dirigermi inizialmente verso una specie di esposizione all'aria aperta delle abitazioni tipiche del popolo lappone.

Il posto è relativamente interessante, c'è qualche abitazione tipica e, in una di queste "kota" alcuni turisti sono stati invitati a banchettare, visto il fumo uscente dal “camino”.
A questo punto mi dirigo verso il fiume. Non è molto grosso ma la corrente è abbastanza forte, per via delle rapide.

Dopo circa un chilometro mi spingo verso l'entroterra, seguendo le indicazioni per un lago. Il sole sta lentamente calando e nuvoloni neri mi fanno temere il peggio; ma secondo quanto è riportato dalle guide, Abisko è il paese più secco di tutta la Svezia.
Dopo circa un'ora di cammino passato ascoltando prevalentemente musica e senza incrociare nessuno, sbuco su di un lago dai colori fenomenali. Questa grossa pozza d'acqua è completamente circondata da arbusti verdi, ravvivati nel colore dalla luce del sole. Contemporaneamente il cielo alterna nubi più scure a zone completamente azzurre. Il tutto è riflesso sullo specchio d'acqua, conferendo al luogo un aspetto quasi mistico.

Mi avvicino alle sponde del lago, abbandonando la musica. Si sente solo il rumore di un leggero vento che increspa l'acqua e sposta rapidamente le nuvole. Se c'è un luogo nel passato in cui si poteva cercare il contatto con gli dei, questo era senza dubbio il primo. Me ne rendo conto quando noto in disparte una donna solitaria assorta quasi in profonda meditazione.
Mi concedo così qualche minuto di riposo, sfruttandolo per prenotare i successivi ostelli.
Ripreso il tragitto, scopro di essere sul Kungsluden, il sentiero dei re: un lungo trekking di centinaia di chilometri che attraversa il nord della Svezia. Il sentiero è spesso costituito da lunghissime assi, collocate nei punti del terreno più instabile, soprattutto per la presenza di paludi. Sembra di camminare sopra dei “binari”.

Il sole è sceso molto, e la piccola foresta è diventata scura e un po' inquietante, viste le leggende che circolano su questi luoghi; devo anche far presto perchè devo prima passare per il supermercato a prendere la cena. Poi mi attenderà l'ostello. Francamente non so cosa aspettarmi da questa serata, ad Abisko non ci sono veri e propri pub, quindi non ho piani: spero semplicemente che a qualcuno dei miei coinquilini venga “un'idea”.

Giunto in ostello noto che altra gente è arrivata.
In cucina infatti vi sono diverse splendide ragazze, tutte ovviamente rigorosamente svedesi, che parlano del più e del meno. Così vado in camera a decidere sul da farsi.
Non trovando nulla di significativo nel starmene per conto mio, decido di "buttarmi" nella mischia.
A quanto pare però sono arrivato in ritardo, perchè sembra che si conoscano già tutte. Cerco quindi di attaccare bottone, riuscendoci: il pretesto è la pasta che ho lasciato nel frigo, ancora intatta. “Se volete c'è della vera pasta italiana nel frigo, per chi ne vuole” esclamo, ammettendo un classico stereotipo di noi italiani: la nostra italianità (checchè se ne dica del patriottismo dei francesi).
Faccio dunque la conoscenza con Sofia, una svedese futura biologa che sta facendo una specie di corso sul campo proprio ad Abisko. La scena iniziale è comica perchè non capisco davvero NULLA di quel che dice, è svedese si ma sembra parlare inglese meglio di una madrelingua! Mi scambia per uno spagnolo, per via del mio accento, ma in realtà capisco che lei è svizzera e un'altra ragazza spagnola...
Poco dopo arrivano Rob e Jacinta, e più tardi anche Sophie, da Kiruna. Sebbene abbiamo cose diverse da mangiare, finisce che ceniamo tutti assieme in cucina, io con una mela e una scatola di biscotti, non avendo granchè fame.
La serata passa facendo conoscenza gli uni degli altri, giocando soprattutto a un gioco di carte in stile Trivial Pursuit. Le domande, in svedese, vengono lette da Sophie che sembra bazzicare la lingua, mentre Sofia ce le traduce.
Intanto Rob ha tirato fuori una simpatica bottiglia di Gin e ci ha servito dei bicchieroni pieni di Gin Lemon. Quest'uomo merita una menzione speciale perchè ha nel suo modo di parlare un qualcosa di unico, conservando nelle espressioni una innocenza che si perde di solito con l'età. Tutte le cose più strampalate che escono fuori vengono infatti da lui commentate con un “Coooool!”, sgranando gli occhi con espressione assorta. Al termine della serata la mia mente, per la prima vera volta a contatto per così tanto tempo con una lingua parlata in maniera così sciolta, sta quasi per fondere e non mi stupirei di vedere del fumo comparire dalle mie orecchie.

Quando la stanchezza inizia a farsi sentire, decidiamo di andare a dormire. Ma non appena sto per sdraiarmi avverto una serie di fastidiose fitte al basso ventre, che mi costringono a ritirarmi in bagno. Per l'intera ora successiva faccio la conoscenza degli effetti collaterali di quei dannati dolcetti comprati al supermercato. (Non ho avuto tempo di farmi la foto in questo stato, perdonatemi).
La notte, com'è intuibile, non è delle migliori. Mi sveglio infatti ancora stanco, ma soprattutto, dopo aver fatto colazione, sono ancora costretto a ricorrere al bagno.
Terminata questa mia processione, c'è un nuovo giorno ad attendermi, e che giorno: raggiungerò la vetta del Monte Njulla, la montagna che sovrasta Abisko e il lago, con vista sul Lapporten, “La porta della Lapponia”.

Fatta la spesa, mi dirigo dunque verso lo ski-lift che mi porterà al ristorante posto a metà strada dalla vetta.
Sono circa le dieci del mattino, la giornata è serena ma un freddo venticello mi gela le gambe mentre attendo il mio turno per salire sulla ripida seggiovia. Man mano che si sale, lo scenario si apre permettendomi di spaziare la vista.

Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

Al ristorante decido di eseguire una prima operazione contro il freddo e cioè indossare i pantaloni termici. Per cambiarmi mi rinchiudo nel bagno esterno, in pratica un buco dove cagare dal tanfo insopportabile. Una volta uscito, comincio la scalata, euforico per la fortuna di aver trovato una giornata così bella.
Il percorso non è molto ripido, il freddo però si fa sentire: queste montagne sebbene siano alte anche solo mille metri, come temperatura è come se fossi a quota 2500 delle nostre Alpi.
Mentre sono lì che cammino, ad un certo punto vedo sbucare da un anfratto un piccolo essere peloso che scompare in un cumulo di pietre. Un lemming!. Mi avvicino alla “tana” e cerco di smuovere le pietre per farlo uscire e fargli una foto. Ma è molto impaurito e riesco a sorprenderlo solo di striscio.

Così arrivo finalmente in cima e il panorama che ho difronte è spettacolare: il lungo lago ai miei piedi ha sulla sua sinistra una catena montuosa che si perde all'orizzonte, mentre sulla destra vedo il piccolo centro abitato di Abisko, la zona paludosa nei pressi con il piccolo laghetto del giorno prima, e in lontananza il Lapporten, le montagne simbolo di Abisko con la loro particolare forma semicircolare, attraversate dal trekking del Kungsluden.
Ciò che vedo è puro Nord, natura artica allo stato puro. Spero che la mia vista non ne faccia indigestione.
E' indubbiamente uno dei posti che volevo raggiungere, è in assoluto il punto più a nord di questo interrail.

La cosa mi fa riflettere. A Copenaghen ho iniziato un viaggio nel viaggio, un'immersione nel grande Nord; poi sono arrivato ad Abisko, ho lasciato le mie cose lì, e con lo stretto necessario mi sono incamminato, ho preso la seggiovia, e sono arrivato fin lì in cima, il tutto con le mie sole forze. Questa cosa mi rincuora enormemente, perchè nonostante tutti i dubbi passati, sento di essere entrato a pieno ritmo nel viaggio, sento che ciò che sto facendo, lo faccio perchè l'ho saputo costruire, ma soprattutto l'ho “voluto” fortemente, nonostante le distanze, le complicazioni, le difficoltà, gli ostacoli più o meno voluti. E' una piccola vera impresa.

Sto ridiscendendo quando noto su un pendio vicino un piccolo ghiacciaio con la neve in via di scioglimento: potrei mai andarmene senza aver toccato della neve nordica in piena estate? Vorrei portarmene a casa un po', ma temo che avrei problemi di conservazione...
La discesa a valle può avvenire in 2 modi: o a piedi per un sentiero “bagnato” per via dei rivoli provenienti dalla montagna, oppure con la seggiovia. Opto per quest'ultima, non disponendo di seri scarponi impermeabili. Lungo la discesa sono pure costretto a fare da balia a un ragazzino, accollatomi da una madre per non farlo scendere da solo. Il resto del pomeriggio decido di sfruttarlo dirigendomi verso le rive del lago, dove il fiume ha la sua foce.
Sebbene esistano diversi sentieri segnati, la foga mi porta a tuffarmi nella vegetazione fidandomi sono della mia vista; ciò mi procura non poche imprecazioni quando i rami degli alberi continuano a infilarsi dappertutto (beh o dio, non proprio dappertutto...).
La spiaggia è totalmente deserta, specie per il fatto che non è proprio una spiaggia ma uno strato di sabbia umida bagnata dal lago. L'atmosfera è ancora una volta particolare, in lontananza si sentono saltuariamente gli echi del treno che passa. Decido di sedermi a pochi metri dall'acqua e contemplare per un attimo quel luogo.

Intorno a me non c'è nessuno, nessuno che ha avuto la bislacca idea di arrivare fin lì. Eppure sono davvero contento che non ci sia anima viva, perchè anche solo la presenza di un estraneo rovinerebbe la tranquillità e la singolarità di questo luogo.
Terminata la mia meditazione, in pieno stile buddista, faccio ritorno a casa (NdR: è un lapsus, dovrei scrivere ostello ma la prima parola che mi è venuta spontanea è stata casa, così ho deciso di lasciarla). Non è così tardi, così decido di riposarmi dalla lunga camminata prima di dirigermi al supermercato per la cena, sdraiandomi sul letto. In realtà, avendo già sentito della possibilità di organizzare una cena “famigliare” tipica svedese con tutti gli abitanti del secondo piano dell'ostello, attendo che gli "eventi" seguano il normale flusso.
Difatti, mentre sono lì sdraiato in un stato semi-comatoso, Jacinta capitola sulla porta chiedendomi se volevo “partecipare”: loro avrebbero fatto la spesa, divisa poi equamente, mentre le svedesi presenti all'ostello avrebbero fornito le ricette. Accetto.
Mi rendo conto che la situazione è per certi aspetti incredibile. Io sono tipicamente un giovane dalla indole timida, però le cose che mi piacciono, quelle che faccio e soprattutto quelle in cui credo seriamente, ho sempre pensato che il carattere non deve essere un limite per esse. La scelta di fare un interrail in solitaria del resto è nata da una parte per provare qualcosa di “nuovo”, dall'altra per mettermi alla prova, e non tanto nelle mie capacità che riconosco quali il sapersi orientare o organizzare meglio di molte altre persone, quanto la volontà di mettersi in gioco, provare un profondo e sincero interesse nel tentativo di cambiare e testarsi. In questo ostello sono qui da poco più di un giorno, eppure mi sembra di conoscere i miei compagni di stanza da una vita, sembra che il tempo che sto vivendo qui sia un concetto a sé stante dal tempo che regola la realtà là fuori. E questo è davvero speciale perchè, conoscendomi, anche solo pochi mesi prima non avrei mai pensato di riuscire a mettermi così in gioco, partecipare così attivamente a qualcosa in cui credevo.
Questo discorso per molti può sembrare banale, ma per me quegli attimi passati con persone fino a poco tempo prima sconosciute e che si ritrovano per volere del destino sotto lo stesso tetto, sono fonte di insegnamento più di qualunque ora di scuola o di contatto con amici e conoscenti, perchè mi aiutano a conoscere meglio me stesso e ad aprire la mente in un modo che la mia vita ordinaria non mi permetterebbe.
E' con questo spirito che mi ritrovo in cucina, in mezzo al viavai di donne intente a preparare la cena svedese. Sostanzialmente si tratta di diverse portate, praticamente quasi tutte a base di carne, fatta in diversi modi. Da quanto mi spiegano, questi sono gli unici piatti che vengono preparati per le festività.
Grande affermazione hanno le cosiddette “pitepalt”, polpette di patate con cuore di carne. Niente di eccezionale? Forse perchè non le avete provate con della strawberry jam...
Prima di sederci a tavola, scendiamo a vedere i famosissimi husky. Si tratta di 30 bellissimi cani nordici che durante l'inverno vengono usati per trainare le slitte per spedizioni nei dintorni per ammirare l'aurora boreale. Chi vi si ferma nei paraggi non può non approfittarne.

Al rientro la cena è servita. La serata trascorre alternando cazzate ai classici discorsi sui paesi, in questo caso sottolineando le diversità culturali tra la svezia e gli altri popoli scandinavi.
E a concludere il tutto, Rob, intercalando il “Coool” con svariati “Oh boy!”, tira fuori un'altra bottiglia di gin (ma si è portato la cantina?) ed è inevitabile attingervi.

E' mezzanotte, Jacinta e Rob fanno un giretto fuori. Io mi affaccio alla finestra e vedo le montagne in lontananza, dietro le quali il sole ha deciso di non tramontare: un'eterna luce rischiarante illumina una notte che non vuole cominciare, che non deve cominciare. Così capisco perchè mi piacciono tanto questi posti, perchè non vorrei mai che questa notte infinita passasse.

Sono davvero felice di essere giunto fin lì, mi sento orgoglioso di quel che ho fatto. Il Nord per me è come una seconda casa, ogni volta che ci ritorno rimango sempre meravigliato da questi luoghi, da queste atmosfere, da questi spettacoli della natura, per quanto potrebbero apparire "scontati" o meravigliosamente "banali" dalle foto o dalle cartoline.
Finalmente, sono di nuovo qui. Grazie per avermi aspettato.

L'indomani è un giorno triste.
La mia permanenza ad Abisko è giunta al termine. Nel pomeriggio infatti dovrò prendere il treno in direzione Gallivare, da dove parte l'Inlandsbanan, la ferrovia che funge da spina dorsale della Svezia, immergendosi nel cuore delle foreste nordiche.
Saluto i miei compari, scambiando contatti con la speranza un giorno di ritrovarci. Ma prima di dirigermi in stazione, un'altra scorribanda mi attende: la mia destinazione è infatti il Paddus, un luogo di antichi riti sacrificali, molto vicino al Lapporten.
Per raggiungerlo il sentiero attraversa una zona paludosa immersa nel verde, principalmente composta da arbusti non più alti di 3 metri.
I primi passi che percorro mi ricordano fortemente “Il signore degli anelli”: come alla partenza di questo mio interrail mi sentivo sperduto come Frodo, così ora il paesaggio mi ricorda il percorso tortuoso nel nulla del giovane mezz'uomo. Per questo motivo mi metto le cuffie e ascolto la colonna sonora.
Il percorso non è semplice. In più punti devo abbandonare la retta via per colpa degli acquitrini che non riesco ad attraversare, complici le scarpe da città, robuste ma basse, che porto. Superata la prima zona boschiva, iniziano a comparire delle prime radure esposte ai raggi del sole, che però sono anche le più umide e sono costretto ad aggirarle, inzuppandomi comunque i piedi.
Ad un certo punto, ritornato nuovamente tra gli arbusti, vedo del movimento tra i rami. A circa 7 metri, nel fitto nella vegetazione c'è una massa scura marrone che si muove, seppur lentamente. Aguzzando bene la vista in quella selva di rami, individuo la sagoma di una renna adulta e, al suo fianco, un cucciolo: si tratta di una madre che accudisce e protegge la sua creatura. La scena è molto tenera e rimango a guardarli. Loro si sono accorti della mia presenza, ma non sembrano così turbati.
Per quanto mi riguarda non intendo avvicinarli, non vorrei aizzarmi le ire di una madre inferocita. Dopo un po' capiscono che non ho nulla di interessante e scompaiono.
Il sentiero comincia a salire e radure si alternano a piccoli mucchi di arbusti della mia altezza. In lontananza vedo comparire due renne correre veloci, scomparendo dietro un crinale. Qui la mano dell'uomo sembra essere assente, sembra che questo luogo conservi un'innocenza primordiale, una verginità tipica di quella natura che segue solo il suo ciclo, proprio perchè l'uomo non vi ha ancora interferito.
Ma mentre salgo una collina, ecco che in cima compare una renna. E' un solitario, forse più giovane dei maschi adulti che cavalcano liberi. Sembra ancora inesperta e, difatti, si ferma a fissarmi per lunghi attimi, cercando di capire che razza di essere vivente sia.
Io decido di sfruttare l'occasione. Rimango totalmente immobile, con lo scopo di farla abituare alla mia presenza. Poi, a intervalli regolari, faccio piccoli passi verso di lei. Per qualcosa come 10 minuti mi avvicino così alla renna, arrivando fino a una decina di metri. Sembra quasi una scena western in cui 2 cowboys si sfidano a un duello all'ultimo sangue.
Poi la renna ne ha abbastanza e inizia a galoppare lentamente via. Ma a quanto pare non mi ha ancora compreso appieno, e infatti comincia a girarmi attorno, mantenendo sempre la stessa distanza.

L'ultima idea che mi viene è anche la più stupida: tirare fuori dalla tasca un cioccolatino nel tentativo di farmela amica. Infatti appena vede del movimento nella mia giacca, se ne va, lasciandomi solo.

Giunto in cima alla collinetta, la mia vista può spaziare sulla piccola vallata: difronte a me ho il Lapporten, ben più vicino di quando l'ebbi visto dal monte Njulla. Decido di non proseguire oltre, per non allungare il tragitto di ritorno. Dopo aver pranzato, ho appena cominciato la discesa quando un branco composto da una decina di renne compare più avanti. All'inizio corrono tutte assieme parallelamente poi forse, avendomi notato, alcune di loro deviano puntando verso di me, molto ma molto velocemente. Spero che non abbiano intenzione di caricarmi.
Ma quando mi sono più vicine, capiscono che sono un essere umano, ed è quindi bene diffidare: si sparpagliano in tutte le direzioni, scomparendo alla mia vista. Difficile sarà scordarmi questa scena di natura “selvaggia”.
Il ritorno è prevalentemente in discesa, così decido di abbandonare il mio sentiero e, prendendo come punto di riferimento il lago di Abisko in lontananza, mi faccio strada tra gli alberi come Bear Grylls, lo spericolato attore esperto di sopravvivenza.

E mentre impreco con le difficoltà offerte dal terreno, in un piccolo cespuglio vedo un lemming. Visto il precedente, provo a fare un altro tentativo. Anche qui tento di smuovere il tronco in cui s'è ficcato, ma quando sto per allungare una mano per tentare di farlo spostare, ecco che spunta fuori mostrando prima i denti affilati e poi tentando pure di mordermi. Di solito un animale così piccolo fugge ma, a detta dell'esperta Sofia, alcuni lemming possono arrivare ad attaccare se affamati. Piccoli ma bastardi!
Il ritorno in “centro” è più corto del previsto, così mi spingo sul porticciolo di Abisko, 200 metri più in basso dell'ostello. Anche qui regna una pace assoluta, rovinata da una piccola imbarcazione che si avvicina e attracca sul molo. Le montagne innevate si specchiano nell'acqua difronte a me, che ormai sto per lasciare questo paradiso.

Prima di rientrare in ostello, busso alla porta dei due fratelli, ringraziandoli per l'esperienza. Poi salgo su a prendere la mia roba, già preparata nel mattino fuori dalla stanza.
Ed è qui che me ne accorgo.
Mi accorgo del silenzio. L'ultima volta che lo avevo percepito era stato proprio al momento dell'arrivo: sembra che siano passati millenni. Allora mi sembrava normale, anche “necessario” per me stare un attimo da solo con me stesso. A distanza di pochissimo tempo è cambiato tutto.
Apro la porta della mia ormai vecchia camerata e vedo i letti completamente sgombri, non più zaini, non più disordine, non più cianfrusaglie in giro. La cucina, che solo la sera prima si era animata per la cena svedese e si era riempita di così tante voci l'una diversa dalle altre, ora è deserta. Tutto è in ordine, tutto è stato sistemato. Sembra che non ci sia stato nessuno, sembra di essere al primo giorno che sono arrivato. Ma non è così.
Intorno a me vedo una moltitudine di tracce, impronte lasciate dai miei compagni che prendono vita là vicino al lavello o al tavolo sotto alla finestra. La casa s'è improvvisamente spenta perchè chi l'ha resa viva è ormai partito. Di loro non ci sono che ricordi, briciole di memoria percepibili solo con la mente ma ancora così vive ad ogni passo che faccio. Un profondissimo sconforto mi prende. Lascio l'ostello con un terribile peso, una sensazione che non avrei mai pensato di provare: per la prima volta sono sinceramente dispiaciuto. Non posso far altro che lasciare che questa tristezza emerga, perchè è sincera, è assolutamente vera.
Mi sdraio sulla panchina in stazione, aspettando il treno, senza riuscire a pensare seriamente a qualcosa: in questo momento sono invaso da un'abissale malinconia. Ed è incredibile come tale sensazione sia stata procurata dal contatto ravvicinato con altri viaggiatori che per volere della sorte si sono incontrati in quell'ostello. E mentre sono lì che fisso per terra con gli occhi un po' rossi, realizzo che è ciò che volevo.
Quando sono partito da Copenaghen ero ancora animato da molti dubbi, ma soprattutto una era la domanda critica: questo interrail sarà stato vano? Ci sarà qualcosa che renderà questo viaggio speciale?
Ora ho la risposta. E questa cosa mi riempe profondamente il cuore, perchè per quanto avessi intenzione con questo viaggio di buttarmi nella mischia, non ho mai pensato di arrivare a un tale livello di “vissuto”, così percepito sulla mia pelle.
E in tutto questo turbinio di emozioni, è un imprevisto che mi riporta alla realtà.
Un bus è appena giunto nel piazzale della stazione in quanto sostituirà il treno che sto aspettando, forse per un guasto alla linea. Carico dunque le mie cose e prendo posto.
Lascio così Abisko, gettando lo sguardo alle spalle, ma non troppo: d''ora in poi questo non sarà più un interrail.
Ma il mio interrail.

Interrail IV: Heaven can wait - Cronache del Nord
27 Luglio - 17 Agosto 2011

Questo diario lo si può vedere come naturale completamento del post ABC IR in solitaria

Ritratto di hemingway
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Iscritto : 22/05/2010 - 18:39

wow, gran bel diario e foto! grazie mille per il contributo ernestoche, è sempre emozionante!

Ritratto di mery86
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Iscritto : 28/12/2010 - 16:19

Bellissimo diario!

Sono sempre più dispiaciuta di non essermi fermata almeno un paio di giorni ad Abisko...

mery-worldwide.blogspot.com

Ritratto di interattivo
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Iscritto : 11/01/2012 - 18:18

Complimenti Ernesto, si vede che l'hai scritto con attenzione allo stile ma in modo sincero e senza riempirlo di banalità.
Nei miei due interrail ho viaggiato sempre da solo ed avendo un carattere simile a ciò che descrivi del tuo ho provato molte emozioni simili. Anche per l'inglese capisco cosa intendi, le prime volte che fai esperienze intense seppur brevi di conversazione ti sembra quasi di aver recuperato una lingua sopita in fondo all'oceano, difetto di noi latini credo l'ostinazione a non far pratica di altre lingue.
Comunque vorrei farti due domande pratiche dato che avrei una mezza idea di passare un mese quest'estate tra lapponia svedese, Lofoten e regione dei laghi finlandese:
il tour delle miniere a Kiruna lo hai confermato all'ufficio turistico... ma dove lo hai prenotato in origine?
Altra cosa: ti sei portato il sacco a pelo? E se no, lo hai rimpianto qualche volta durante il viaggio?
Grazie!

Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

Grazie interattivo.
Il tour l'ho prenotato via telefono pochi giorni prima di arrivarvi...il problema è che in teoria non si può fare! Nel senso che la prenotazione dovrebbe avvenire in altre forme, per esempio internet, ma in quel momento non avevo a disposizione alcun pc e allora la gentile signorina dell'ufficio turistico ha fatto uno strappo alla regola ed ha accettato comunque la prenotazione per voce, previa conferma fisica la mattina stessa del tour. Il sito di riferimento è questo:

http://www.kirunalapland.se/en/Essentials/LKAB-InfoMine/

Quando ho fatto il tour io (primi di agosto), il pulman era quasi pieno, quindi se vuoi rischiare puoi anche arrivare la mattina stessa a Kiruna e prenotare per il tour del pomeriggio, altrimenti o prenoti tramite pc qualche giorno prima oppure gli chiami e fai come me.
Il sacco a pelo l'ho portato diciamo per precauzione e per risparmiare, in quanto gli ostelli del nord generalmente forniscono le lenzuola ma devi pagare un extra. L'unico caso in cui non le fornivano è stato all'Abisko Fjallturer, ma c'è da dire che i materassi erano fuori misura. Inoltre il sacco che avevo io era ultraleggero e pure imbottito (adatto ai 0/4°C), comprato per un trekking in islanda, quindi non m'è pesato eccessivamente.

Ritratto di interattivo
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Iscritto : 11/01/2012 - 18:18

Risposta pronta ed esauriente Ernesto, grazie mille.
Ora che ci penso, non credevo una cosa del genere potesse accadere in un emporio svedese (parlo dei dolciumi). Anche loro hanno zone buie... una cosa simile è successa a me in una rosticceria di Copenhagen... sono stato male per almeno 2 giorni e gli strascichi mi hanno indebolito per tutto l'interrail della scorsa estate. Non so, almeno in questo nel nostro Paese si è abbastanza severi.

Ritratto di SkAglia
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Iscritto : 01/01/1970 - 01:00

Niente da dire... diario eccezionale, posso dirlo per essere stato da quelle parti. Le esperienze sono diverse ovviamente, ma l'emozione che traspare dalle tue parole è la stessa che ho provato io tutte le volte che ci sono andato.

SkAglia

THERE IS NO WAY TO HAPPINESS. HAPPINESS IS THE WAY. THE BUDDHA

Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

Io sto cercando di capire cosa farne di questo materiale...perchè nei piani c'è la pubblicazione futura di un libro di racconti dove inserisco anche questo resoconto (più un altro sull'Inlandsbanan), però parliamo di una cosa che verrebbe alla luce verso fine anno (non è detto poi che se questo agosto parta non scriva qualcos'altro). I racconti che metto centrano poco con i viaggi che faccio, è una specie di raccolta di miei scritti...inoltre in tal libro non ci sarebbero le foto che hanno accompagnato questo diario.

Un'altra cosa che spero vorrei fare prima dell'estate è un libro fotografico commentato di tutto l'interrail, ma come potete capire non posso inserire tutta la parte testuale qui sopra.

Il punto è che questo diario sembra essere piaciuto a molti e vorrei cercare di farlo diventare qualcosa a sè stante senza intaccare le foto e il testo. Vorrei capire se ha senso fare un piccolo librettino fotografico che lo contenga e basta; inserire l'ABC interrail o la continuazione sull'inlandsbanan (che potrebbe interessare, ma ovviamente non è così intensa) intaccherebbero in un certo modo questo scritto, che mi pare piaccia per quello che è.

Considerando che non ho intenzione di scrivere nient'altro su quell'interrail, mo vedrò se ha senso pubblicarlo, anche se ho i miei soliti dubbi riguardo gli strumenti di autopubblicazione stile lulu.

Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

A questo proposito, qualcuno ha già tentato di fare una cosa del genere? tipo fotodiario in formato libro.
perchè ho letto qualcosa di cangaceiro ma non ci sono foto (per quanto l'abbia trovato interessante :D )

Ritratto di mattiast
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Iscritto : 01/01/1970 - 01:00

che diario fantastico e che belle foto... mi hanno fatto tornare un'immensa voglia di partire...

ErnestoChe ha scritto:
A questo proposito, qualcuno ha già tentato di fare una cosa del genere? tipo fotodiario in formato libro.

ci avevamo provato noi sul sito col "progetto diario di viaggio". poi decaduto per mancanza di contenuti e di stimoli. l'idea era quello di creare un foto-diario di un ipotetico IR europeo, dove ognuno degli utenti poteva scrivere una tratta del percorso...
Ritratto di ErnestoChe
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Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

io sto armeggiando con siti vari ma non ne trovo uno decente...o sono ultraprofessionali o c'è sempre qualcosa che non va.
comunque il vero probloma che ho incontrato è l'impossibilità di riportare sulle pagine cartacee il fotodiario nella sua interezza e omogeneità che lo contraddistingue sul web, nel senso che dovrei spostare la collocazione delle immagini che invece hanno un senso nel punto in cui le ho collocate. Un'alternativa potrebbe essere scindere la parte testuale dalle foto, però mi piace per come è adesso...

Ritratto di ErnestoChe
Offline
Iscritto : 29/02/2008 - 13:30

Aggiorno anche questo topic.

Ho pubblicato il fotodiario, contenente queste note e altro. Questo è il link di riferimento:

http://www.inter-rail.it/index.php?name=PNphpBB2&file=viewtopic&p=262911...

chi desidera acquistarlo, o anche solo dare un'occhiata all'anteprima qui:

http://www.lulu.com/shop/davide-marzorati/heaven-can-wait/paperback/prod...