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rougeOffline
Oggetto: Siberia 2006: la valle del fiume Amur  PostInviato: Dec 19, 2006 - 08:22 PM
Inter-Rail soul


Joined: Jan 01, 1970
Posts: 99

Status: Offline
Ciao, se può interessare ecco un pezzo del diario dell'ultimo mio viaggio.per info consigli, chiarimenti, critiche o per dialogare scrivetemi: www.solosiberia.it info@solosiberia.it

ciao, rouge


Estate 2006: la valle del fiume Amur

Il percorso

Milano-Mosca 2700 km
Mosca-Khabarovsk 8520 km
Khabarovsk-Seryshevo 680 km
Seryshevo-Blagoveschensk 150 km
Seryshevo-Khabarovsk 680 km
Khabarovsk-Komsomolsk-na-Amure 400 km
Komsomolsk-na-Amure-Khabarovsk 400 km
Khabarovsk-Seryshevo 680 km
Seryshevo-Khabarovsk 680 km
Khabarovsk-Mosca 8520 km
Mosca-Milano 2700 km

Totale: 26110 km

Afosa Khabarovsk

In una mattinata di metà luglio riesco ad appagare ancora una volta la mia passione per la Siberia, infatti la molla cerebrale che insiste nel portarmi sempre laggiù mi spinge sul solito aereo con destinazione finale l’estremo oriente russo. Dopo le consuete ore di sonnolente vibrazioni trascorse su di un vecchio Ilyushin dell’Aeroflot, dotato di interni tremolanti, scendo con il corpo ancora un po’ rigido dalla scaletta esterna dell’aereo ed il mio sguardo assonnato inizia a spaziare sulla vuota pianura che circonda tutt’intorno l’aeroporto di Khabarovsk. Viaggiando in direzione contraria a quella del sole, la cabina del velivolo è sempre esposta e invasa dalla luce del giorno e gli occhi non possono mai riposarsi completamente, immersi nell’oscurità. Mentre discendo lentamente la scaletta, il sole impietoso inizia a martellarmi con i suoi raggi più intensi che ora, all’aperto, sono ancora più opprimenti sulle palpebre. Siberia estiva: trenta gradi e un’afa greve acuiscono la mia stanchezza. I passeggeri percorrono a piedi i pochi metri che separano il velivolo dall’aeroporto, creando una fila disordinata e silenziosa, sovrastata dal rumore dei motori dell’aereo. Solite formalità aeroportuali, quindi posso concedermi qualche ora di libertà per la città, in attesa del treno serale che mi porterà nell’Amurskaya oblast.
Non ho una meta precisa, la città mi è già nota ed inoltre fa troppo caldo e sono troppo stanco per qualche improvvisa nuova esplorazione. Deposito i bagagli nella bella ed elegante stazione di Khabarovsk, dipinta di giallo e verde, che spicca nel grigiore pressoché uniforme della piazza al cui centro si erge il monumento all’ “eroe” russo Khabarov, famoso per le sue conquiste nell’Asia orientale e per la sua brutalità. Senza il mio pesante fardello chiamato zaino posso passeggiare lungo l’ ”amurskij bulvar” fino in fondo, dove scorre placido il grande fiume Amur.
Senza fretta percorro i vialetti pedonali ombreggiati dagli alberi, osservo le vivaci aiuole, fitte di fiori colorati, ma il caldo umido rende ogni passo più faticoso del dovuto e non permette di godere pienamente di questo giro per la città. Spero di arrivare in fretta al fiume e spero che là soffi una leggera brezza che possa alleviare la calura pomeridiana. Mentre sono immerso in questi pensieri noto a pochi metri da me una strana coppia di individui poco distante sul viale, vestiti di scuro, eleganti e con delle borse nere a tracolla. Tengono un libro, anch’esso nero, tra le mani e da come mi guardano capisco che quando sarò presso di loro mi fermeranno per chiedermi qualcosa. Appena riesco ad osservarli meglio capisco tutto al volo, sono dei mormoni ed ora cercheranno di fare di me un loro nuovo adepto. Mi si avvicina subito quello probabilmente con più esperienza sul campo, anche se si tratta di un ragazzo piuttosto giovane, mentre l’altro rimane in disparte reggendo le borse scure. Noto che il mio interlocutore ha sul petto bene in vista una targhetta bianca con nome e cognome chiaramente anglosassoni (Evans) traslitterati in cirillico. È biondo, americano, con occhi azzurri vispi. Inizio a pensare che mi farò una interessante chiacchierata. Il signor Evans non capisce che non sono russo e inizia la sua presentazione e tutti i suoi discorsi in russo, rispondo nella stessa lingua ma dopo qualche minuto parliamo anche in inglese, dopo che lui capisce di trovarsi di fronte addirittura ad un italiano. Finchè non capisce che sono italiano nei suoi occhi si scorge una luce esaltante, creata della convinzione di essere nel giusto e dalla magnanimità di concedermi l’opportunità di entrare a far parte della sua grande famiglia, abbracciando la sua fede. Purtroppo la sua espressione cambia radicalmente appena gli comunico per prima cosa la mia nazionalità ed infine la mia fede cattolica. “Ah!” riesce solamente a dire. A quel punto il suo programma di offensiva cerebrale religiosa, probabilmente studiato per l’assalto ad un russo ateo, si rivela inadeguato e, non disponendo di un piano d’emergenza, abbandona le armi dicendomi in pratica che allora non gli interesso! Perfetto, adesso è il mio momento per scatenarmi, cosi inizio a tempestarlo di domande. Perché è in Siberia? Chi l’ha mandato? Da quanto tempo è qui? Dove ha imparato il russo che parla cosi bene? Insomma voglio sapere cosa pensa di combinare qui nell’estremo oriente russo.
Viene dalla costa occidentale degli stati uniti, chiaramente è in cerca di nuovi adepti tra i russi e dice di essere arrivato qui quasi senza sapere la lingua e di averla imparata in qualche mese vivendo tra la gente del luogo. Possibile, ma molto difficile, infatti parla troppo in maniera sciolta in russo per non averlo mai studiato prima. La cosa che più di tutte lo strabilia è la mia fede cattolica, quasi non riesce a capacitarsene e rimane li a guardarmi con una faccia basita ed un mezzo sorriso ebetico che modella le sue guance rendendole più tonde. Il nostro discorso dura qualche minuto, infatti il dovere lo chiama e deve allontanarsi in cerca di altri possibili seguaci. Addio signor Evans!
Quindici anni fa non sarebbe nemmeno potuto entrare in Russia, mentre oggi cerca in Siberia nuovi fedeli, in una terra che è anche un grande crogiolo di “culti” diversi: musulmani, ortodossi, vecchi credenti, buddisti, atei, ebrei, seguaci di credenze sciamaniche e molto altro si mescolano con tranquillità e senza problemi, disseminando le proprie convinzioni religiose nelle varie zone della regione più estesa del pianeta.

Kvas

Lasciati i mormoni proseguo verso il parco Lenin che costeggia il fiume e devo affrontare la canicola degli attraversamenti sull’asfalto delle strade ai semafori, fuori dalla portata della refrigerante ombra degli alberi. Quando raggiungo finalmente la riva dell’Amur posso sedermi sulle panchine del parco e concedermi un po’ di riposo allietato dal lieve venticello che spira dal fiume. Di fronte alla panchina dove mi trovo siedono tre vecchiette vestite di bianco, con la testa coperta da copricapi altrettanto candidi, che parlottano pacate mentre osservano le nipotine giocare. Rimango seduto per quasi un’ora intera, ora guardando i fregi comunisti delle colonne poste all’ingresso del parco Lenin, ora guardando le bambine sui pattini in linea che giocano a nascondino attorno ad un monumento dorato. Mi sto intorpidendo troppo la mente e ciò porterebbe anche ad un impigrimento del corpo che non posso permettermi, cosi mi alzo per tornare alla stazione, lentamente, attraversando l’altra via principale di Khabarovsk. Costeggio il fiume fino alla spiaggia principale, da dove parte la scalinata che sale fino a piazza Komsomolskaya e mi rendo conto che rispetto a due anni fa quasi nulla è cambiato: stesso caldo afoso, stesso numero di persone distese a lucertolizzarsi sulla sabbia, stessi innumerevoli cocci di vetro sparsi ovunque, ultimi resti di liquidi alcolici sorbiti troppo in fretta da smaniosi amanti delle bottiglie. A valle del fiume alte ciminiere nereggiano sulla riva spargendo imponenti nuvole tossiche sulla città. L’unica novità della spiaggia è un grosso chiosco sponsorizzato coca cola che offre sollievo all’arsura dei bagnanti. Anche le chiatte che senza fretta solcano l’Amur mi sembrano identiche a quelle viste un paio di anni fa, il colore dell’acqua su cui galleggiano è il medesimo marroncino torbido.
La via centrale e più chic della capitale del dalnyj vostok ha il difetto di essere completamente esposta al sole e ciò non è piacevole per chi è già al secondo giorno di viaggio, digiuno e assonnato. La luce intensa però aiuta a cogliere meglio i colori e le decorazioni delle abitazioni più antiche della città, sopravvissute praticamente solo lungo questo viale centrale. Una in particolare attira la mia attenzione, alta un paio di piani, con il tetto di legno scuro e le pareti ornate da un intreccio di due colori, il verde ed il bianco.
Ai piedi di questi edifici la vita cittadina scorre secondo i suoi diversi ritmi: anziani pensionati che lentamente passeggiano più o meno curvi sotto il peso degli anni, donne appesantite dalle borse della spesa, uomini d’affari in perenne frenetico movimento, coppie di fidanzati in coda per un gelato ad un chiosco per la strada. Gli autobus urbani sgangherati ansimano e sbuffano lungo le salite delle vie laterali, colmi di persone saldamente attaccate ai sostegni per cercare di restare in piedi ad ogni scossone. Le esalazioni mefitiche bluastre dei gas di scarico mi si annodano alla gola ad ogni incrocio e sommate al caldo rendono la camminata ardua. Già da alcuni minuti sto cercando avidamente con gli occhi quello che ora è il mio unico desiderio, ciò che potrebbe alleviare l’aridità della mia gola: una cisterna di kvas! So che camminando lungo questa via prima o poi la troverò, solo non so quando. Ed ecco che finalmente all’incrocio con la via Pushkina scorgo il tipico “punto di ristoro kvas”: una ragazza (oppure una babushka) seduta all’ombra di uno sgangherato ombrellone con di fianco una piccola cisterna dipinta di giallo o bianco, con scritto a lettere rosse maiuscole kvas su un fianco. La cisterna è montata su due ruote gommate da carro e con un mozzo che serve per attaccare il serbatoio ad un automezzo. Mi avvicino subito al contenitore del nero liquido, tutto contento penso che la secchezza della mia gola è separata dalla soddisfazione rinfrescante di sentire scorrere nelle viscere l’inebriante bevanda solo da una banconota da dieci rubli. Questa bibita tipicamente estiva si ottiene dalla fermentazione del pane nero ed ha una leggerissima gradazione alcolica, d’estate nelle città siberiane è facile trovare per le vie del centro molti venditori di kvas fresco e anche di gelati. Dieci rubli per mezzo litro di liquido scuro refrigerante che va a riempire un grosso bicchiere di plastica trasparente la cui sommità è ornata da una leggera e saporita schiuma. Con il primo sorso vuoto già mezzo bicchiere e mi sento subito meglio, il gusto dolcemente aspro rende il kvas una bevanda che non stanca mai e non si smetterebbe mai di sorseggiare…a patto che si beva fresco. Non sono il solo ad apprezzare le proprietà di questo squisito nettare, infatti una piccola fila di persone attende il proprio turno per farsi servire dalla ragazza seduta di fianco alla cisterna. Versare velocemente il kvas in bottiglie e bicchieri è quasi un’arte esercitata con maestria dalle donne che lo vendono per strada. Non una goccia va sprecata, nemmeno dalle bottiglie di plastica riempite fino all’orlo, infatti appena la ragazza chiude il rubinetto del serbatoio, preme sul recipiente di plastica per far fuoriuscire la schiuma in eccesso e poter rabboccare correttamente subito il liquido fino alla quantità stabilita. Spesso i clienti vengono serviti in un silenzio totale, senza saluti né frasi di circostanza. Assaporando il mio acquisto silenzioso mi allontano, verso la stazione.

Kupè

Poco prima di arrivare alla stazione decido di fare una deviazione ad un mercato a lato della strada per comprare qualcosa per il viaggio notturno in treno. Sono passate le 19 e tutti stanno chiudendo le loro scatole di lamiera arrugginita in cui sono esposte le merci, la giornata di lavoro è quasi terminata. Ogni commerciante ha a disposizione pochi metri quadrati di spazio racchiusi in gusci di metallo arrugginito o verniciato malamente, delle specie di piccoli container che tutte le sere vengono chiusi con catenacci. Qui c’è tutto ciò di cui posso aver bisogno, dai prodotti alimentari ai fazzoletti, alle scarpe e via dicendo. Come sempre in questi mercati sulla strada si nota la presenza cospicua di cinesi, che si affannano in tutti i modi per attrarre clienti, vendere le loro merci, cambiare i soldi, sono sempre in movimento. I prezzi esposti vanno in genere ridotti della metà o anche più con un’abile contrattazione con i mercanti dagli occhi a mandorla. Con i russi è diverso, la forbice di prezzo su cui contrattare è minore. A fine giornata gruppetti di cinesi si cimentano in arditi esercizi fisici spingendo carriole e carretti stracolmi all’inverosimile di ogni mercanzia, al limite delle possibilità fisiche di un individuo. Dopo un’attenta valutazione decido di non comprare nulla da mangiare, è cosi caldo che non ho voglia di cenare, anche se non mi ricordo nemmeno quando ho pranzato l’ultima volta, inoltre ho pochi soldi e cosi opto per un acquisto da viaggio tipicamente russo, che costituirà l’intera mia cena: una bottiglia di birra da un litro e mezzo, “Amur pivo” per l’esattezza. C’è un motivo preciso che mi costringe a tirare la cinghia, rinunciando anche a mangiare, ed è il prezzo che ho dovuto sborsare nel pomeriggio per il biglietto del treno. Per il solito viaggio, di cui conosco a memoria il costo, mi è stata chiesta una cifra tre volte più alta. Penso siano gli effetti combinati dell’inflazione e della privatizzazione delle ferrovie, ma solo salito sul treno scopro la vera ragione di questo mostruoso aumento delle tariffe. Ho dovuto ripiegare sulla prima classe, poiché tutti gli altri posti erano già prenotati, ma ciò non giustifica un tale vertiginoso prezzo, di solito non è mai stato cosi nemmeno in kupè (cioè la prima classe) infatti. La provodnitsa sul binario mi sorride appena vede il passaporto italiano, pensando come sempre cosa diavolo possa fare uno straniero su quel treno, diretto ad un paese qualunque, appena salito sul convoglio mi dirigo al mio scompartimento e già dal corridoio inizio a notare qualcosa di strano, un’atmosfera diversa dal solito, che non riesco però ancora a decifrare. Giunto al numero di posto assegnatomi apro la porta scorrevole e quasi non credo ai miei occhi! La struttura del vagone è come quella di un normale kupè, ma gli accessori e in generale l’eleganza e le “rifiniture” sono di lusso, se cosi si può dire: al finestrino si trova una tendina candida in stoffa leggera, con pieghe civettuole e profumate, il tavolino per la cena è rivestito da una tovaglia pulita decorata con un pizzo intorno all’orlo e su di essa fa bella mostra un menu del ristorante, foderato in una copertina di pelle color bordeaux. Inizio a capire…e ripenso alle parole dell’impiegata che mi ha venduto il biglietto nel pomeriggio, infatti aveva detto qualcosa in merito alla classe rimasta libera sul treno, a cui non avevo prestato attenzione, salvo trasalire al momento di pagare quanto richiestomi. Adesso capisco che mi aveva avvisato che era rimasta libera solo la classe kupè plus, cioè ancora meglio del kupè, più di una prima classe insomma. Pazienza, ormai sono qui. Sono e sarò solo nel mio scompartimento lungo tutto il viaggio, infatti questa sistemazione è troppo cara per la maggior parte dei russi. Sistemo gli zaini e mi precipito nel corridoio, l’afa nel vagone angusto è letteralmente insopportabile e sprizzo sudore da tutti i pori, oltretutto i finestrini sono sigillati, è impossibile aprirli ed il convoglio fermo al sole da tutto il pomeriggio è come un forno caldo ed umido. Almeno al termine del corridoio posso cercare un minimo di sollievo dove si trova l’unico finestrino sbloccato di tutta la carrozza, di fronte al bagno. Purtroppo è dotato di una molla che automaticamente lo sospinge verso l’alto ed è cosi pesante da tenere abbassato che ci vogliono un paio di persone per reggerlo, in modo tale che si possa far entrare un po’ di aria fresca dall’esterno. Un signore basso di statura mi aiuta volentieri, infatti tutti stanno soffrendo il caldo umido e non aspettano altro che il treno parta per godere di un poco di aria corrente, e ammassano i corpi contro il finestrino in attesa della partenza. Questa situazione rende l’aria ancora più opprimente e pesante, il sudore mi ha ormai reso viscido come una lumaca lungo tutto il corpo, inoltre lo sforzo continuo per tenere abbassato il greve finestrino mi fa sudare ancora di più. Da dietro spingono piano ma costantemente, sempre di più, per avvicinarsi all’aria; per fortuna sono davanti a tutti e non ho la minima intenzione di spostarmi. Ho la testa completamente fuori dal profilo della carrozza e di fronte agli occhi, a pochissimi metri, ho due treni merci fermi su binari paralleli, uno formato da decine di carri aperti sulla sommità e riempiti da tante montagnette di pietre, l’altro costituito da una delle consuete lunghissime teorie di cisterne per il trasporto di petrolio e benzina. Quest’ultimo rappresenta in assoluto la tipologia da me preferita di treni merci, ed è li davanti a me, vicinissimo, pronto a darmi un immaginario bentornato sulla linea transiberiana. Posso osservarlo come mai prima d’ora: una corta scaletta porta dal fianco rotondo alla cima, dove si trova l’apertura in cui viene versato il prezioso liquido nero, da questo foro circolare posto sulla sommità colano disordinatamente lungo le pareti grasse lingue nere di residui petroliferi, che inzaccherano le fiancate da entrambi i lati. Allontanandosi dal foro centrale, le pareti esterne della cisterna tendono a mostrare il loro colore originale, non macchiato dalle untuose fuoriuscite di greggio, di solito si tratta comunque di un colore scuro, mischiato a tratti in cui il metallo è seriamente arrugginito, che conferiscono alle lunghe teorie di treni cisterna l’aspetto di sordide tenie infette. Ad un’estremità del serbatoio si trova l’indicazione, segnata con vernice bianca, di ciò che vi è contenuto. Il petrolio grasso che gocciola molto lentamente dalle cisterne mi fa sentire riflesso in una specie di specchio, che mi ricorda la mia pelle unta da migliaia di gocce di sudore.
Finalmente il convoglio si muove, anche se ad una velocità ridicola, e un poco di aria inizia a circolare nel corridoio. S respira. Come tutti i bei momenti dura un attimo, perché subito le proteste di alcuni passeggeri costringono la provodnitsa a chiudere a chiave anche quest’unico finestrino aperto. Non resta che rintanarmi nel mio loculo e sedermi a gocciolare sudore, aspettando che la notte estiva siberiana rinfreschi l’ambiente. Intanto consumo la mia cena alcolica con abbondanti sorsate, che sento poi quasi istantaneamente fuoriuscire dalla pelle. Mentre la mia mente senza pensieri si riposa, osservando il dolce tramonto sulla piana dell’Amur, arrivano i due provodniki, un ragazzo ed una ragazza giovani, a controllarmi il biglietto e a portarmi una gradita sorpresa. Non avevo mai visto una coppia di provodniki cosi giovani, iniziamo a parlare e fare conoscenza, dicono che sono interessati alla lingua italiana (sicuramente ascoltata in qualche canzone), però sanno dire solo “ciao”. Intanto che discorriamo mi consegnano una borsa di plastica contenente i lussi riservati ai passeggeri del kupè plus: bevande e cibarie preparate dalle ferrovie (e pagate con il mio biglietto…) ! Essendo a digiuno e sapendo già di non poter mangiare fino all’indomani, mi getto sul contenuto del sacchetto e lo ripulisco ben bene. Fette di salame, minestrine liofilizzate, acqua, formaggio, pane, una ciambella, bustine di the e caffè, perfetto. Continuo ancora un po’ la conversazione con i provodniki, ma non riesco assolutamente a convincerli ad aprire il finestrino del mio scompartimento, quindi devono lasciarmi e li saluto con una stretta di mano, prima Igor, un biondo alto e simpatico, poi Masha, vivace ragazza dai capelli castani con occhi chiari e profondi.
Ora sono di nuovo solo, solo su di un treno che percorre la linea transiberiana mentre si avvicina il crepuscolo, in un punto imprecisato dell’oriente russo a nord della Manciuria, non posso sentirmi meglio di cosi. Questi convogli sono verdi vermi giganti sperduti nella gigantesca distesa altrettanto verde della pianura dell’Amur. Tutto è verde, di varie tonalità ma verde, forse è questa misteriosa uniformità verdeggiante che mi rilassa e rende ciascun attimo di viaggio appagante come un piacere senza tempo. Mi sento al posto giusto al momento giusto. Ogni volta sempre la stessa sensazione di euforia nomade pervade il mio spirito e si spande in tutti i pensieri, fino a spazzar via anche quelli più reconditi, ormai privi di qualsiasi significato di fronte al fascino irresistibile di quest’euforia che si è impadronita delle mie emozioni. Forse è l’esaltazione del viaggio senza meta in Siberia, forse è la gioia che si prova quando si sente che il destino si è compiuto, che dovevo essere proprio in questi luoghi che da sempre mi aspettavano, forse non l’ho ancora scoperto...

Gli amici

Mentre il treno striscia via sui binari osservo la vasta piana disabitata che mi circonda, che qui è ricoperta di erbe alte e dai ciuffi scomposti, il cui verde ridondante è intervallato verticalmente da rari alberi e dai pali della linea elettrica che corre verso qualche villaggio, orizzontalmente dal biondeggiare di pochi campi coltivati e di erbe bruciate dal sole. Il cielo, prima del tramonto, mostra gli ultimi bagliori di azzurro, striato come da marmoree venature di nubi appena osservabili. Poco dopo già imbruniscono i colori dell’ampia valle e la notte velocemente stende la sua buia coperta sulla natura, obbligando il sole a ritrarre la propria vivida luce. L’acqua degli stagni situati lungo la ferrovia riflette intensamente l’ultimo chiarore del cielo, creando lunghi nastri argentati paralleli ai binari e poco prima quasi invisibili, nascosti com’erano tra le folte erbe. In fondo all’orizzonte il sole è ormai solo un rovente lumino, spande attorno a sé un anello giallo incandescente che però allontanandosi perde vigore, diventando una lunga fascia prima rosa e poi ocra, sempre più compressa dalle ombre dell’oscurità incombente. Gli alti pali della linea elettrificata ferroviaria si stagliano neri verso gli ultimi chiarori, ma in basso i loro sostegni già si confondono con la vegetazione, inghiottiti dallo strascico notturno che rende tutto anonimo e senza forma. Non si vede quasi più nulla dal finestrino, quindi mi stendo tra le lenzuola pulite per abbandonarmi al sonno.
Mi sveglio parecchie volte durante la notte, ma è solo quando l’alba è trascorsa da un pezzo che mi smuovo definitivamente dalla posizione orizzontale, uscendo dal grumo di lenzuolo in cui sono avviluppato. Una veloce musichetta commerciale sparge le sue note per tutto il treno, segno che ormai è proprio l’ora di alzarsi. Verso le nove del mattino sono a Belogorsk, a pochi chilometri dal paese dei miei amici, che potrò rivedere dopo sei mesi di lontananza. Rispetto alle altre volte sono meno teso alla prospettiva del nostro incontro, poiché, anche se non posso parlare di abitudine, certamente sono capitato abbastanza spesso da queste parti negli ultimi anni e conosco già discretamente persone e luoghi. Il destino però, per prendersi gioco forse del mio stato d’animo tranquillo, decide di mettersi all’opera e vivacizza quello che sarebbe altrimenti stato il mio sereno arrivo. Infatti pochi minuti dopo Belogorsk, quando il treno inizia a rallentare in vista della stazione di Ucraina, Masha e Igor corrono da me allarmati e mi invitano a prepararmi in fretta a scendere, dato che stiamo per fermarci a Seryshevo, la mia destinazione. Sono quasi del tutto incredulo alle loro parole, perché so benissimo che si stanno sbagliando, so che la prossima stazione è Ucraina e non Seryshevo. Mi mostro perplesso ma loro continuano a ripetere che devo scendere subito. Nonostante tutte le mie convinzioni le loro insistenze mi allarmano e mi precipito con gli zaini alla porta del vagone e, quando il treno si arresta, scendo assieme a Igor. Potrei anche sbagliarmi, forse siamo in effetti a Seryshevo e non me ne sono accorto? Magari ero soprappensiero nei minuti precedenti e mi sono distratto? No. Capisco che ho ragione quando sono giù dal treno, tra le pietre della massicciata e, anche se il mio vagone è parecchio distante dalla stazione, realizzo che quella baracca di legno in lontananza non è la stazione di Seryshevo e che intorno nulla mi ricorda la cittadina dei miei amici. Nello stesso istante Igor domanda ad un altro passeggero appena sceso il nome della fermata ed egli afferma “Ucraina!”. Risalgo sulla scaletta di ferro in un batter d’occhio ridendo alle spalle del giovane provodnik. Riceverò poi sul treno le scuse di entrambi i provodniki, che comunque comprendo abbastanza…la Russia è cosi estesa e non possono sapere esattamente a memoria tutte le fermate senza avere una consolidata esperienza. Chissà cosa sarebbe capitato se fossi rimasto nella stazione sbagliata ad una manciata di chilometri da casa dei miei amici! Penso che però grazie a questo scherzetto del destino ho avuto la soddisfazione di contraddire, avendo ragione, dei dipendenti delle ferrovie russe nel loro “territorio”, chi avrebbe mai potuto immaginarlo? Sono un vero esperto ormai.
Pochi minuti dopo scenderò definitivamente (e alla stazione giusta) dal treno e troverò ad attendermi i miei amici Maxim, Andrej e Anastasia. Questi ultimi due rappresentano la causa principale del fatto di trovarmi ancora una volta qui, infatti sono invitato alle loro nozze! Siamo tutti raggianti di felicità; i sorrisi, gli sguardi, gli abbracci, dimostrano che la lontananza non intacca l’amicizia e mi sembra ieri il giorno di gennaio in cui ci siamo lasciati l’ultima volta. Proprio tra qualche giorno, come sempre di sabato, si celebrerà il lieto evento. È la mia seconda esperienza ad un matrimonio russo, ma questa volta tutto si preannuncia più sfarzoso e ricco di riti tradizionali, rispetto a quello a cui ho assistito lo scorso anno. Adesso mi aspettano alcune ore dedicate al riposo, durante le quali posso saziarmi a volontà con vari piatti preparati per il mio arrivo e dormire finchè ne ho voglia.
A cena incontro alcuni dei parenti di Maxim, che già conosco, vengono a salutarmi e a far due chiacchiere insieme: Kolya, capitano dell’esercito, e sua moglie Irina, le zie Natasha e Lyudmila, i cugini Sergej, Vladislav e Mikhail. Un’infinità di brindisi pian piano seppellisce la lucidità della mia coscienza sotto uno strato di alcool. Wodka, birra, vino italiano e russo, accompagnati a volte dal the, unica bevanda analcolica presente. Kolya, rigorosamente in giacca mimetica (la indossa anche in casa), stappa le bottiglie di vino alla solita maniera aberrante: con un coltello spinge il turacciolo all’indietro, verso il fondo del collo della bottiglia, fino a quando il tappo di sughero galleggia nel vino, rovinando irrimediabilmente il gusto dello stesso, dopo tutti i miei sforzi per portare dall’Italia le bottiglie…a nulla valgono le mie proteste nei confronti di Kolya, mentre gli mostro il cavaturaccioli del mio coltellino svizzero, che potrebbe usare per stappare la bottiglia nel modo corretto. Usanze russe. Kolya ha circa trent’anni, ma ne dimostra di più, come quasi tutti, la pinguedine frutto della cucina grassa ha già iniziato a sformare il suo corpo, arrotondandolo e gonfiandolo. È biondo con i capelli rasati quasi a zero, dato che è un militare, ha una faccia sferica e pienotta, con la pelle a volte tirata in un’espressione severa, ma che in realtà è solo una maschera, poiché si mostra sempre pronto al sorriso ed al gioco con il piccolo figlio. La zia Natasha è forse la mia preferita per un motivo semplice e concreto: conoscendo la mia passione per il latte, ogni volta che mi vede mi regala un recipiente di vetro colmo di latte crudo appena munto dalla sua mucca, a volte è ancora caldo. Uno dei suoi figli è appena partito per i due anni di servizio militare, ora si trova in Kamchatka e non tornerà mai fino alla fine della leva. Natasha è contenta del fatto che il figlio sia stato arruolato dall’esercito, che qui è visto un po’ come una possibilità di salvezza per i giovani irrequieti e meno fortunati di altri, infatti mi dice che il figlio aveva iniziato a bere quasi tutti i giorni e lei non riusciva a controllarlo. Per fortuna è stato preso nell’esercito, lei afferma che la disciplina militare cerca di impedire la corruzione dei soldati, che sono tenuti sotto controllo e non possono ubriacarsi dunque con sregolatezza. I giovani sregolati vengono scartati direttamente alla visita di leva, quindi è una fortuna che il figlio di Natasha l’abbia superata. C’è anche da dire che almeno in questa zona della Russia lavorare nell’esercito (possibilità che si apre dopo il servizio militare obbligatorio) consente di avere uno stipendio superiore a quello medio e dunque è considerato un buon lavoro, inoltre i militari sono rispettati e generalmente godono di stima da parte della popolazione, come è testimoniato anche dai numerosi monumenti e riferimenti agli eroi del trionfo nella seconda guerra mondiale. Qualche giorno più tardi la stessa Natasha mi racconterà però che al telegiornale di una tv orientale russa hanno dato notizia di un ufficiale ubriaco che ha ucciso due soldati.
L’altra zia presente alla tavolata è Lyudmila, una giovane molto alta, dai lineamenti del viso fini ed eleganti, che disegnano un volto grazioso in cui spiccano i due occhi azzurri, i quali risaltano ancor di più considerando il colore castano dei capelli. La caratteristica che salta gli occhi subito in lei è una certa aura di diversità rispetto agli altri che conosco, appare molto più sicura nella conversazione e dimostra una certa cultura, sembra trovarsi sempre a suo agio ed anche dal vestire si nota che ha un portamento distinto e raffinato. Dopo cena tutti insieme passeggiamo per la strade del paese, senza una meta precisa, forse solo per smaltire la quantità di calorie che abbiamo appena ingerito. La fresca aria vespertina è un sollievo dopo la cappa afosa diurna, che contraddistingue la stagione estiva in queste zone, ma un tormento indescrivibile è rappresentato dalle zanzare, che al momento del tramonto sono dei veri flagelli volanti pronti a colpire chiunque sia poco coperto dagli indumenti. Gruppetti di giovani camminano per le strade sterrate sorseggiando birra e ciondolando apparentemente senza un obiettivo, i bambini giocano nei parchi giochi che si trovano all’incirca presso tutti i condomini o gruppi di case, liberi e senza doversi preoccupare del traffico quasi inesistente. Mentre andiamo a spasso incontriamo un’auto della polizia che percorre lentamente le vie e, incrociando dei ragazzi, con un megafono li invita ad andare a letto perché è tardi...mi stupisco, forse è una specie di coprifuoco soft?

Fioriere pneumatiche

Mentre girovaghiamo per il paese capitiamo nella parte del centro abitato oltre la ferrovia, conosciuto anche come il quartiere dei militari, costruito appunto in origine solo per ospitare i soldati in servizio nei dintorni. Qui abita Kolya con la sua famiglia, cosi siamo tutti invitati a casa sua per festeggiare i futuri sposi Anastasia e Andrej con un brindisi. Il palazzo in cui abita si erge tra enormi e contorte condotte usate per il riscaldamento invernale e pare imbrigliato tra di esse. Questi larghi tubi strisciano paralleli alle strade e, quando le incrociano, si alzano a formare un ponte sulla carreggiata per poi ritornare alla loro altezza standard, cioè circa un metro da terra. Sono esterne per essere più facilmente riparate in caso di manutenzione, poiché il terreno gelato renderebbe tutte le operazioni più difficili in inverno (almeno credo sia per questo motivo, ora che ci penso non l’ho mai chiesto). Dovrebbero essere rivestite da pannelli isolanti per limitare le perdite di calore, in realtà sono quasi tutte nude e arrugginite, solo qua e là appaiono spelacchiate, con brandelli di materiali isolanti strappati che penzolano. Fino al 75% del calore prodotto dalle centrali termiche viene disperso lungo queste condutture in inverno, a causa della mancanza di isolamento. Danno un’idea di marcio e di abbandono, creano un’atmosfera strana, inquietante, sembra di vivere in una zona industriale più che in un quartiere residenziale. Questi lunghi serpenti metallici incombono ovunque si volga lo sguardo.
Sopra e ai lati della porta di ingresso del condominio di Kolya, serpeggia proprio uno di questi spessi tubi, circonda completamente l’ingresso del palazzo, è un vero monumento al cattivo gusto, sembra fatto apposta per abbruttire la costruzione. Saliamo le scale tetre, immerse nell’oscurità notturna, alla cieca fino al secondo piano, intanto un odore acre e velenoso prende alla gola, facendo girare la testa da tanto è violento. Nessuno capisce di cosa si tratti, poi però tutto si chiarisce: dal secondo piano è possibile distinguere gli scalini perché un signore sta verniciando una porta di legno sul pianerottolo davanti all’uscio e tiene acceso li vicino un lume. La vernice che sta applicando è trasparente, probabilmente serve per rendere lucido il colore, accanto a lui non è possibile respirare per il puzzo, capisco bene perché non vernici in casa sua, non riuscirebbe a dormire nessuno per le esalazioni, cosi ha deciso di appestare l’intero condominio sistemandosi sulla tromba delle scale. Al quarto piano e persino dentro l’appartamento di Kolya l’odore è ancora insopportabile e dobbiamo aprire una finestra per “diluirlo” con aria fresca.
A quattro giorni dalle nozze dei miei amici iniziano i brindisi in loro onore, in quest’occasione esclusivamente a base di una birra scura e dal sapore leggermente amaro. Con Maxim sono costretto ad un altro giro per le scale buie e pestilenziali per andare in un negozio a comprare altre bottiglie della stessa birra, quelle che già ci sono infatti non bastano per tutti. I piccoli negozi hanno degli orari assurdi, sono aperti fino a mezzanotte e anche oltre, forse per avere in tutto una decina di clienti in più. Mentre attendo Maxim fuori dal negozio osservo quelle che chiamo le fioriere pneumatiche: sono vecchi pneumatici di camion sdraiati orizzontalmente e riempiti di terra, con fiori dai colori vivaci piantati all’interno. Esternamente i pneumatici sono pitturati di rosso, giallo, blu, bianco, anche se ormai i colori sono stinti e andrebbero rinfrescati. Sono molti i copertoni utilizzati cosi in questo paese. Un interessante metodo di riciclo di gomme da strada. Torniamo da Kolya con la solita mitica bottiglia di birra più grande del mondo: due litri e mezzo, è tozza come una bombola del gas, ma resterà completamente asciutta, tutto il suo contenuto finirà nelle nostre gole. Con Maxim, Anastasia e il suo fidanzato Andrei rientro a casa abbastanza stanco, è pur sempre il mio primo giorno qui e non ho ancora dormito a sufficienza, comunque giunge al termine anche questa giornata e quando chiudo gli occhi sto già dormendo.....

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Oggetto: RE: Siberia 2006: la valle del fiume Amur  PostInviato: Dec 19, 2006 - 09:54 PM
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